Amaracchia da ragazzina studiava musica, un corso di clarinetto e uno di solfeggio, e nei pomeriggi dopo scuola si armava di valigetta, sottraeva 500 lire dal portaspiccioli dei nonni in piena pennica pomeridiana, attraversava la strada, comprava una chewing gum rosa sintetico e attendeva l'ora di lezione giornaliera.
Chiaramente nel periodo di crisi mistica l'impressionabile Amaracchia si convinse che le sciagure del mondo erano dovute a quei pochi spiccioli sottratti al nonno, ma questa è un'altra storia, quasi totalmente superata.
Del corso di Solfeggio Amaracchia ricorda poco, a parte un libro giallognolo con la copertina verde acqua tutto interamente evidenziato con un bel giallo intenso, una bruttura estetica talmente evidente che ancora oggi resiste una idiosincrasia leggendaria per gli evidenziatori.
In realtà ricorda anche che era noioso da morire, che si sentiva idiota a far svolazzare le mani e che una volta capito il funzionamento non era poi così difficile coordinarsi, mentre il suo compagno di banco insisteva con prenderla a ceffoni facendo finta di sbagliare.
Il clarinetto, invece, era la sua croce e delizia.
Faceva figo per una ragazzina di dodici anni avere un clarinetto di ebano e saperlo suonare senza troppi fischi, solo che vedersi allo specchio mentre si esercitava le faceva venire l'ansia e la pelle paonazza e questo non era bene in quella fase della vita.
Ciononostante Amaracchia ignorò il secondo problema e continuò imperterrita.
Quello che la mente volitiva Amaracchiesca ancora non riesce a sotterrare sotto altri ricordi della giovinezza è la figura del suo maestro di clarinetto, un baldo 30enne idolatrato dall'intera popolazione femminile della scuola media, sempre impeccabile nei suoi capelli mossi col ciuffo, magro, alto, col nasone e esibizionista.
Improvvisava leggii costruendo grattacieli di sedie e banchi, assestava il libro con gli spartiti degli esercizi e teneva il tempo schioccando le dita mentre correva e si agitava per l'aula; quando era di ottimo umore lasciava suonare le scale agli allievi e, ignorando le stonature straccianervi, ricamava il suono col suo clarinetto costosissimo.
Per spiegare un suono o un effetto ricorreva sempre a George Gershwin, era la chiave di tutto secondo lui, ma per pecoroni di dodici anni era come assistere ad un seminario sui sistemi dinamici e la teoria del Caos, follia allo stato puro.
Aveva la chiara tendenza a fare bella mostra di sé: ripeteva fino alla nausea l'attacco di Rhapsody in blue, sempre ai suddetti pecoroni di dodici anni, che erano sì rapiti da quel suono deformato e tondo, ma, ammettiamolo, non era granché corretto.
Diciamo che gli piaceva vincere facile.
Ogni fine anno c'era un saggio in cui si cantava e si suonava e a parte i cori, gli strumentisti si esibivano in assoli portentosi.
Lui, il baldo maestro, assegno alla sua classe Gershwin, naturalmente, e Nino Rota, il secondo suo pilastro di vita.
Preparò spartiti scritti a mano per i suoi cinque clarinettisti, tra cui una Amaracchia persino solista in"An American in Paris", un estratto da "Il Padrino" in cui Amaracchia si esibiva in una sessione di bassi portentosi e un accenno di "Rhapsody in blue" in cui si era preso lui stesso l'incarico dell'intro.
Inutile dire che rispetto a Brilla brilla mia Stellina o Il ballo del Qua Qua si faceva un gran figurone solo a pronunciare il nome del gruppo di clarinettisti: pionieri della musica di qualità, mai venduti al sistema infantile come fu per oboisti e trombettisti, radical chic fin nel midollo.
E faceva nulla se poi Gershwin e Rota ne venissero fuori straziati a fine saggio, sarebbe stata una scelta politica del gruppo e del suo maestro.
Caso volle che l'Amaracchia ribelle non preparò affatto il suo pezzo da solista, perché era giovane e un po' rincoglionita probabilmente, e al saggio si accontentò della poderosa sezione di bassi illudendosi che fosse sufficiente per il proprio ego, e lo è stato anche per parecchi anni.
Ma poi, caro Maestro, Amaracchia l'ha ricercata tra i profili facebook e l'ha ritrovata, sempre col suo ciuffo invidiabile, il suo nasone, impeccabile nella sua giacca e camicia nera, con la barba di un giorno ben visibile, un tuffo al cuore e anni di convinzioni son volate via.
Amaracchia fece male, malissimo ad accontentarsi all'epoca, avrebbe vissuto i suoi dieci minuti di esibizione sentendosi Gershwin in persona, un Gershwin dalla mise orribile, certo, ma pur sempre un talento, e forse un giorno avrebbe raccontato in questo blog il trionfo e i fiori sul palco, gli applausi vigorosi e l'ovazione sua,oh maestro, che in questo blog si sarebbe trasformata in quella di mille jazzisti, senza il minimo pudore.
Ma ahimè, la giovane e ignara Amaracchia scelse di accontentarsi, errore madornale mai più ripetuto, ma se fosse possibile riparare sarebbe un sogno.
Ancora lei, il suo clarinetto e il pubblico distratto, e lo spartito scritto a mano.
Quando vuole, Maestro.
Con commozione,
Amaracchia





